
Era una fredda giornata d’inverno, e qualche fiocco di neve turbinava nel cielo grigio; un vento tagliente soffiava dal Tevere. Quel giorno, Roma era inquieta. Gli Apocalittici avevano organizzato un tumulto proprio la sera precedente: orde di fanatici con le facce dipinte avevano invaso i Fori, avevano danzato un ballo da
Walpurgisnacht fuori stagione intorno alle mura sgretolate del Colosseo, si erano arrampicate sul bruttissimo monumento a Vittorio Emanuele per profanarne il candore con frenetici accoppiamenti. Era la peggiore esplosione d’irrazionalità che si fosse verificata quell’anno a Roma, anche se non era stata violenta quanto le manifestazioni abituali degli Apocalittici a Londra, diciamo, o del resto anche a New York. Tuttavia, era stata domata a grande fatica dai carabinieri che impugnavano sferze neurali e si avventavano implacabili in mezzo ai cultisti urlanti e gesticolanti. Verso l’alba, dicono, la Città Eterna echeggiava ancora di grida degne dei Saturnali. Poi venne il mattino di Gesù bambino, e a mezzogiorno, mentre io dormivo ancora nel tepore invernale dell’Arizona, nel cielo color ferro apparve la figura splendente di Vornan-19, l’uomo venuto dal futuro.
C’erano novantanove testimoni. Erano tutti concordi, per quanto riguardava i dettagli principali.
Egli discese dal cielo. Tutti coloro che furono interrogati affermarono che apparve, descrivendo un arco, al di sopra di Trinità dei Monti, sorvolò la scalinata di Piazza di Spagna, e atterrò nella piazza stessa, a pochi passi dalla fontana della Barcaccia. Tutti i testimoni, virtualmente, dissero che aveva lasciato una scia luminosa nell’aria durante la discesa, ma nessuno affermò di avere veduto un veicolo di qualunque genere. A meno che le leggi della gravità e della caduta dei gravi fossero state abrogate, Vornan-19 viaggiava alla velocità di parecchie centinaia di metri al secondo al momento dell’urto, presumendo che egli fosse stato lanciato da un veicolo librato appena fuori di vista, sopra la chiesa.