«A Betlemme.»

«Un sobborgo di Roma?»

«Non precisamente,» dissi io. «Dato che sei comparso il giorno di Natale, tanto valeva che fossi arrivato anche a Betlemme.»

«Lo avrei fatto,» rispose Vornan, «se avessi pianificato tutto per ottenere un certo effetto. Ma io non sapevo niente di questo vostro santo, Leo. Né la sua data di nascita, né il suo luogo di nascita, né il suo nome.»

«Nel tuo tempo Gesù è stato dimenticato, Vornan?»

«Sono un uomo molto ignorante, come sono costretto a ricordarti di continuo. Non ho mai studiato le religioni antiche. È stato un puro caso a portarmi in quel posto e in quel momento.» E la malizia guizzava come un lampo scherzoso su quei suoi lineamenti eleganti.

Forse diceva la verità. Betlemme sarebbe stata certo più sensazionale, se avesse voluto puntare sull’effetto Messia. Come minimo, scegliendo Roma, avrebbe potuto scendere sulla piazza davanti a San Pietro, diciamo nel momento in cui Papa Sisto impartiva la benedizione alle moltitudini. Un guizzo argenteo, una figura che discende, centinaia di migliaia di fedeli in ginocchio, sgomenti e reverenti, il messaggero del futuro che atterra dolcemente, sorridendo, facendo il segno della Croce, irradiando nella moltitudine la corrente silenziosa della buona volontà e della serenità, così adatta a quel giorno di festa. Ma non era stato così. Era apparso invece ai piedi della scalinata di Piazza di Spagna, accanto alla fontana della Barcaccia, in quell’area solitamente invasa dai ricchi compratori che affluiscono verso i negozi di via Condotti. A mezzogiorno del Natale, Piazza di Spagna era quasi deserta, i negozi di via Condotti erano chiusi, e la scalinata non era invasa dai soliti sfaccendati. In alto c’erano alcuni fedeli che si recavano nella chiesa di Trinità dei Monti.



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