Mi trovavo in casa di amici, un’ottantina di chilometri a Sud di Tucson, in una costruzione completamente moderna, dotata di schermi a parete, datafoni ed altri rispettabili mezzi di comunicazione, e immagino che avrei dovuto seguire gli avvenimenti fin dalla diramazione dei primi notiziari. Se non l’ho fatto, è stato perché non avevo l’abitudine di seguire da vicino l’attualità, e non perché mi trovassi in uno stato d’isolamento. Le mie lunghe passeggiate quotidiane nel deserto erano spiritualmente molto utili; ma al cadere della notte rientravo di nuovo nel genere umano.

Quando racconto come Vornan-19 giunse tra noi, quindi, dovete capire che lo faccio con un certo distacco. Allorché vi fui coinvolto direttamente, la storia era ormai vecchia quanto la caduta di Bisanzio od i trionfi di Attila, ed io l’appresi come avrei appreso un qualunque evento storico.

Vornan-19 si materializzò a Roma nel pomeriggio del 25 dicembre 1998.

A Roma? E il giorno di Natale? Di sicuro l’aveva scelto di proposito, per fare più effetto. Un nuovo Messia, disceso dal cielo quel giorno e in quella città? Ovvio! E banale.

Ma per la verità, lui insisteva a sostenere che era stato accidentale. Sorrideva in quel suo modo irresistibile e si passava i pollici sulla pelle delicata sotto le palpebre, e diceva sottovoce: «Avevo una possibilità su trecentosessantacinque di arrivare in un dato giorno. Ho lasciato che le probabilità andassero come volevano. E poi, che significato ha questo giorno di Natale?»

«È la nascita del Salvatore,» gli risposi io, una volta. «Tanto tempo fa.»

«Il salvatore di che cosa, prego?»

«Dell’umanità. Venne per redimerci dal peccato.»

Vornan-19 fissò quella sfera di vuoto che sembrava aleggiare perpetuamente a poche spanne dalla sua faccia. Immagino che stesse meditando sui concetti della salvazione, della redenzione e del peccato, cercando di dare a quei suoni un qualche significato. Finalmente disse: «E questo redentore dell’umanità… era nato a Roma?»



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