
In Arizona io non sapevo nulla di tutto ciò. Se l’avessi saputo, avrei reputato tutto una pazzia, e non ci avrei pensato più. Ma poiché ero arrivato ad un punto morto della mia esistenza, isterilita ed amareggiata dall’accesso di lavoro e dalla scarsità dei risultati, non prestavo attenzione a ciò che avveniva al di fuori dei confini del mio cranio. Ero in uno stato d’animo piuttosto ascetico, e tra le varie cose che negavo a me stesso, quel mese, c’era la constatazione degli eventi mondiali.
I miei ospiti erano molto gentili. Mi avevano visto passare altre volte attraverso crisi del genere, e sapevano come andavo trattato. Avevo soprattutto bisogno di una delicata mescolanza di attenzione e di solitudine, e soltanto persone dotate di una certa sensibilità erano in grado di assicurarmi l’atmosfera più adeguata. Non sarebbe inesatto affermare che Jack e Shirley Bryant avevano già salvato diverse volte la mia ragione.
Jack aveva lavorato con me ad Irvine per parecchi anni, ancora nel decennio 1980-90. Mi era arrivato dritto dritto dal MIT, dove aveva conquistato quasi tutti gli onori possibili e immaginabili, e come molti profughi di quell’istituzione aveva un’anima vagamente pallida e tormentata, le stigmate di un periodo troppo lungo vissuto sulla Costa Orientale, troppi inverni duri e troppe estati senz’aria. Era stato un piacere, vederlo schiudersi come un robusto fiore al nostro Sole. Quando lo conobbi aveva passato da poco i vent’anni: era alto, ma scarso di torace, con i capelli ricciuti folti e disordinati, le guance perpetuamente mal rasate, gli occhi infossati, le labbra sottili ed irrequiete. Aveva tutte le caratteristiche e i tic e le abitudini del giovane genio. Avevo letto alcuni suoi studi sulla fisica delle particelle, ed erano eccezionali. Dovete rendervi conto che in fisica si lavora in base ad intuizioni improvvise, forse ispirazioni, e perciò non è necessario essere vecchi e saggi per essere geniali.
