
Non gli dissi assolutamente nulla delle potenziali applicazioni pratiche del suo lavoro. Non spettava a me. Confesso che provai un senso di sollievo misto a disappunto quando bloccò le sue ricerche. Avevo pensato al sovvertimento economico che si sarebbe prodotto nella società di lì a dieci o quindici anni, quando ogni casa avrebbe potuto avere la sua sorgente inesauribile d’energia, quando i trasporti e le comunicazioni non sarebbero più dipesi dalla tradizionale immissione d’energia, quando l’intera rete dei rapporti di attività su cui si basa la nostra società sarebbe crollata completamente. Come sociologo dilettante, mi sentivo turbato dalle conclusioni che avevo tratto. Se fossi stato il dirigente di qualche grande azienda, avrei fatto immediatamente assassinare Jack Bryant. Ma poiché ero io, ero soltanto preoccupato. Non era molto bello da parte mia, lo ammetto. Il vero uomo di scienza tira avanti, senza preoccuparsi delle conseguenze economiche. Cerca la verità, anche se poi la verità manderà a rotoli la società. Sono i principi fondamentali delle nostre virtù.
Comunque, me ne stetti ben zitto. Se Jack avesse voluto, in qualunque momento, riprendere il suo lavoro, non avrei cercato di impedirglielo. Non gli avrei neppure chiesto di prendere in considerazione le possibilità a lunga scadenza. Lui non si era reso conto dell’esistenza di un dilemma morale, e non sarei stato certamente io a metterlo sull’avviso.
Ma con il mio silenzio, sicuramente, mi stavo rendendo complice della distruzione dell’economia umana. Avrei potuto fare osservare a Jack che il suo lavoro, spinto fino alle estreme conseguenze, avrebbe finito per dare ad ogni essere umano un accesso illimitato ad una fonte d’energia infinita, demolendo le fondamenta di ogni società umana e creando una decentralizzazione immediata dell’umanità.
